È possibile ridurre l’ineguaglianza economica, senza mettere in discussione i privilegi e le ricchezze maturati da parte di alcuni esponenti della nostra società? Queste e altre domande ricorrono più volte nel pamphlet “Winners take all. The elite charade of chaning the world” (Allen Lane, 2019) di Anand Giridharadas, libro che sta già facendo molto discutere per il suo ritratto caustico di un certo modo di intendere la filantropia da parte di alcuni membri più in vista delle élite contemporanee.

Le contraddizioni dell’approccio “win-win” ai problemi sociali

L’autore è stato editorialista per il New York Times, The Atlantic, The New Yorker, fellow dell’Aspen Institute, ex analista di McKinsey e speaker di numerosi Ted Talk: la sua carriera ha incrociato a più riprese quella di quelle stesse “élite” di cui dipinge un ritratto ora feroce, ora dissacrante. Le élite di Giridharadas sono accusate di ciò che in altri contesti viene loro riconosciuto come merito: impegnarsi attivamente per cambiare il mondo, attraverso donazioni o progetti imprenditoriali volti a ridurre le disuguaglianze sociali, economiche e culturali di chi è stato lasciato ai margini dalla globalizzazione.

Attraverso una serie di testimonianze raccolte tramite interviste o la partecipazione in prima persona ad alcuni eventi salienti, quali la Clinton Global Initative o la Summit at Sea, l’autore di “Winners take all” rivela l’altro volto dell’approccio win-win ai problemi sociali. Un approccio definito, senza troppi giri di parole, inutile e ipocrita: quello di chi vuole cambiare il mondo degli altri senza mettere in discussione il proprio, creare servizi per i poveri senza eliminare le cause che perpetuano la condizione di subalternità di questi ultimi, incrementare la produttività dei meno istruiti senza tuttavia aumentare i loro compensi, aspirare a una società più equa ma senza rinunciare ad alcun privilegio acquisito (o ereditato). Una “sceneggiata”, quindi, dove la redistribuzione delle ricchezze è marginale rispetto ai guadagni accumulati.

I tought leader e i public intellectual

Emblema di questa contraddizione sono coloro che più di altri contribuiscono, con le proprie idee, a rafforzare le élite nella loro presunzione di innocenza: i “tought leader”, che affollano i Ted Talks di tutto il mondo e che hanno fatto propria la regola non scritta di “invitare i più ricchi a donare, ma non a guadagnare di meno; farli sentire parte della soluzione, ma guardandosi bene dall’accusarli di essere causa del problema”. Nella prospettiva di Giridharadas i “tought leader” avrebbero così preso il posto dei “public intellectual”, guadagnandosi l’attenzione e la benevolenza delle élite seppur rinunciando a ogni forma di pensiero critico o contestazione intellettuale.

Forse, qui si trova il maggior limite di “Winners take all”: l’assenza di un qualsiasi approfondimento circa i motivi del venir meno dei “public intellectual” dalla scena culturale contemporanea. Se una parte degli intellettuali ha accettato di far parte della “sceneggiata”, trasformandosi dall’oggi al domani in aspiranti “tought leader” anche grazie al supporto delle nuove tecnologie di comunicazione di massa, il resto sembra essere rimasto confinato a una dimensione di autoreferenzialità che sfugge a qualsiasi tentativo di confronto fattuale con l’esterno (“i tought leader comunicano attraverso i Ted Talk – scrive Giridharadas – i public intellectual discutono tra loro, attraverso libri e riviste”). Quello che emerge è, in ogni caso, la formazione di un pensiero unico che non trova adeguati confronti.

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