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Startup sociali vs tech startup: quali differenze?

4 maggio 2018 - 15:28

Quando si parla di startup, solitamente si fa di tutta l’erba un fascio. La proliferazione delle piccole scattanti iniziative che – soprattutto Oltreoceano – sembrano diventate le protagoniste assolute dell’innovazione ha in qualche modo creato un alone di straordinarietà intorno ai gruppi di lavoro sorti nelle università o nei garage d’America prima e del resto del mondo poi. Idee brillanti, coraggio imprenditoriale, soluzioni tecnologiche all’ultimo grido, modelli di business rivoluzionari fondati su semplicità ed efficacia dell’esperienza d’uso, successo dirompente con rapidi ritorni economici. Sono queste le prime associazioni mentali che si fanno quando si nomina una startup.

 

Startup: la tecnologia è un fine o un abilitatore?

 

Ma, posto che le buone idee, il coraggio e la voglia di innovare servono sempre, esistono anche altre forme di startup, con finalità differenti. Iniziative imprenditoriali che più che rivoluzionare (o inventare) un mercato tendono a fungere da collante e spinta propulsiva per i soggetti già attivi sul territorio. È sostanzialmente questa la prima differenza tra quelle che vengono categorizzate come tech startup e quelle che, invece, possono essere definite startup sociali. Mentre le prime cavalcano l’onda dell’innovazione per consolidare in tempi brevi una piattaforma tecnologica, un modello o anche solo un approccio che attiri l’interesse di investitori e corporation al fine di cedere l’attività o trasformarla in una realtà strutturata, le startup sociali puntano a costruire una rete di contatti e competenze puntellando le eccellenze dell’ecosistema in cui nascono e crescono. La tecnologia in questo caso non è una premessa o un fine, ma un abilitatore, l’innovazione una filosofia anziché un imperativo.

 

Le startup sociali come punto di incontro tra gli interessi del territorio e come motore dell’economia reale

 

Mentre le tech startup si rivolgono prevalentemente al mondo dell’industria o al consumatore finale, le startup sociali di solito si propongono come punto di incontro tra le diverse istanze del territorio, con cui si rapportano continuamente favorendo il match tra servizi esistenti, professionalità e offerte più o meno strutturate a cavallo di pubblico e privato. Non a caso, le startup ad impatto sociale sono state identificate dalla normativa italiana come soggetto ideale per avviare e sviluppare piani di social innovation, attraverso progetti che fanno dell’integrazione e della gradualità (anziché dell’esclusività e della rapidità) il primario fattore di successo.

 

Startup ad impatto sociale: l’accesso alle risorse finanziarie e l’impact investing

 

Le differenze tra le due tipologie di startup possono essere infine colte nelle modalità di accesso ai finanziamenti. È sotto gli occhi di tutti l’enorme interesse che il mercato ha nei confronti delle tech startup che, specialmente nel mondo anglosassone attirano miliardi di dollari dai fondi di private equity, da investitori istituzionali e dalle stesse grandi compagnie tecnologiche. In Italia, anche le tech startup più brillanti possono ritenersi fortunate se riescono a raccogliere cifre di diversi ordini di grandezza inferiori (tipicamente, intorno al milione di euro). Facile immaginare quale sia lo scenario per le startup sociali, che spesso operano in aree considerate a fallimento di mercato da chi cerca profitti rapidi. Ma non è così: il valore c’è e, per certi versi, è doppio. Sia perché costruire realtà non solo sostenibili economicamente ma anche profittevoli è possibile, sia perché nel momento in cui una startup sociale diventa operativa è in grado di catalizzare nuove energie e riversarle sul territorio, attivando circoli virtuosi e migliorando concretamente le condizioni di cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni. A sostenerle con queste finalità c’è l’impact investing, ovvero la gamma di investimenti fatti in società, organizzazioni e fondi che hanno il preciso obiettivo di generare un impatto sociale o ambientale misurabile e favorevole, parallelamente a un rendimento finanziario. Pionieri del fenomeno in Italia sono Luciano Balbo e Lorenzo Allevi, che nel 2006 hanno dato vita a Oltre Venture, realtà di venture capital sociale che promuove per l’appunto il concetto di addizionalità nel sostegno alle startup. Sono già diversi i progetti sostenuti dall’organizzazione e dai suoi fondi, Oltre 1 e Oltre 2, ma vista la crescente importanza di questo modello in un Paese come il nostro, c’è da scommettere che siamo soltanto all’inizio.